Ricomincio da capo… di nuovo

Ormai ho imparato che non serve chiudere il blog, quando si vuole chiudere una parentesi: basta cancellare tutto quello che è stato scritto in precedenza.

Qui, nella vita reale, sto girando a vuoto come sempre.
Seguo una strada, pensando di andare avanti: invece torno al punto di partenza, come se guardassi a ripetizione il finale dello stesso film.
C’è chi ha il tocco di Mida e trasforma tutto in oro, e c’è chi afferra sempre e solo sabbia che scivola tra le dita.
L’Alaska è, nell’immaginario collettivo (soprattutto in quello di chi abita negli USA), l’ultima frontiera da valicare, oltre la quale l’individuo può confrontarsi con la natura selvaggia e tornare a fare pace con la propria esistenzialità.
Non ho idea di quale sia l’omologo per gli europei (forse l’Islanda?), quindi ognuno può immaginare un territorio sconosciuto nel quale rifugiarsi.
Non si tratta di una fuga per scappare da qualcosa che terrorizza, bensì per ritrovare un senso di libertà che, nel mondo moderno, si fatica sempre di più a trovare.
Pur essendo l’Alaska un luogo che mi affascina, non credo che avrei molte occasioni per poterci stare in pianta stabile.
Generalmente si va lì per pescare (e non potrei farlo, in quanto animalista/vegano) o per lavorare nel settore energetico (di norma, poco rispettoso dell’ambiente).
Ma non è un problema, perché l’Alaska che sto citando io è da intendere solo in senso metaforico: il mio è sempre una tentativo di fuga per la ricerca della libertà, ma verso un altro tipo di destinazione (anche geografica, ma non solo).

Fuggire dall’umanità, dalla società, da tutto quello che al momento mi circonda e che non sopporto, è il mio obiettivo primario.
Ma sento di voler fuggire anche da un’altra cosa: dai miei desideri.
Vorrei liberarmi non solo della mia natura umana, ma anche da quello che questa condizione (aggravata da una sorta di chiralità umorale) provoca.
Tralasciando assurde utopie fantasiose tipo l’estinzione dell’umanità – e rimanendo su qualcosa che sia alla portata di un bipede antropomorfo medio –, mi sto accorgendo di non essere in grado di tenere per mano i miei desideri.
Li affronto e li vivo come ostacoli da abbattere, quasi come se volessi scrollarmi un peso di dosso.
I miei desideri mi stanno tenendo imprigionato, ma se non li avessi come farei a definirmi vivo?
Si può fuggire dai desideri e, al contempo, non abbandonare la propria personalità?
Non posso ridimensionarli, perché loro sono il mio falò; se anche avessi cento piccoli fiammiferi, non potrei scaldarmi allo stesso modo.
Non è la passione che mi dà nutrimento, ma l’ossessione; questo sarebbe il responso di un’eventuale seduta logoterapica.

Un desiderio sarebbe quello di poter esternare i miei pensieri a determinate persone.
Sarebbe bello iniziare una lettera con “Cara…,”, proseguire arricchendola con dettagli intimi e poi inviarla.
Sarebbe bello, ma non sempre è possibile; a volte è sbagliato dire e a volte l’errore si commette dicendo.
Certe cose, è indubbio, vanno tenute per sé.
Io stesso, a determinate missive, non rispondo (anzi, non le vorrei proprio ricevere), quindi capisco che tipo di reazione provocherebbe questo mio egoistico desiderio.
Non confidando nemmeno in un esito positivo, non troverà mai voce.

Desiderio sentimentale: al momento, accantonato.
Chiusa ogni porta nei confronti della musina, non ho adocchiato nessuna alternativa e non ho nemmeno attacchi nostalgici di qualcuna del passato.
Trascorro sempre qualche minuto in chat e non mi dispiacerebbe conoscere intimamente qualcuna, ma senza che si crei un legame romantico.
Il problema al quale vado incontro, però, è sempre lo stesso: la distanza.
Il caldo mi fa passare la già poca voglia che ho di spostarmi da casa, quindi è difficile trovare qualcuna che non abiti a più di una cinquantina di chilometri da dove sto io.
Non intendo nemmeno ospitare, quindi la ricerca comincia a farsi ardua.

Chissà perché, col caldo, la voglia di scopare aumenta: eppure è un’attività energeticamente spompante.
Mi sta tornando in mente Bang your friends, l’app che ti faceva sapere chi, tra i tuoi contatti su Facebook, potevi scoparti.
La usai su due ragazze, ma non successe mai niente.
In compenso, quello che mi aspettavo da loro, capitò con altre tre donne (due delle quali erano blogger), fino a quel momento considerate insospettabili (in quanto sposate).
Non dirò una bugia: ne approfittai e mi fece pure piacere.
Se BYF esistesse ancora, credo che la userei su almeno tre contatti che ho attualmente su Facebook, anche se non credo che ricambierebbero in quel senso.
Continuerò la ricerca in chat: i social network non sono più terreno di caccia.

Su un altro fronte, la voglia di scrivere è ai minimi livelli.
Paradossalmente, ne ho tanta di leggere; tuttavia, non ho intenzione di prendere in mano nemmeno un libro, almeno fino a quando non sarò riuscito ad andarmene da questo ricettacolo di casinisti.
Sarebbe uno spreco leggere poche righe, imprecare contro i vicini, riprendere a leggere, rimandarli a fanculo e così via, in una spirale senza fine; preferisco non cominciare proprio.
La lista di libri da leggere è lunga e, ogni tanto, se ne aggiunge pure qualcun altro.
Dovrei ricominciare la vita da zero per completarla, ma anche questo è un desiderio irrealizzabile.

Sul fronte lavorativo, sto procedendo con la ricerca del solito lavoro da eremita.
Un’opportunità è sfumata: ho contattato più volte l’inserzionista, ma non sono stato più richiamato.
La seconda è capitata pochi giorni fa, quando ho ricevuto risposta al mio annuncio; anche in questo caso sto aspettando che mi richiamino, ma la vedo dura.
Uno dei requisiti essenziali è saper guidare un trattore (c’è del terreno da coltivare, tra le altre cose), e penso sia inutile dire che potrei sempre imparare in tempo reale.
Ovviamente, se e quando mi richiameranno, farò il possibile per convincerli.
Questo sarebbe veramente il lavoro ideale: si trova nell’entroterra ligure (quindi non dovrei nemmeno fare molta strada), la casa è a cinque chilometri dal paese più vicino (una distanza, tutto sommato, accettabile) ed è completamente isolata.
A parte alberi e animali, intorno a me non ci sarebbe nient’altro.
Penso ci siano problemi con la copertura mobile, e questo sì che sarebbe un ostacolo insormontabile.

Credo di aver nominato almeno le necessità primarie.
Io sono schiavo di tutti questi desideri, anche se forse dovrei chiamarli con un nome differente: ossessioni.
Se non le avessi, sarei sicuramente più libero.
Se non le avessi, però, non avrei nemmeno una mia identità.
Senza ossessioni, sono un guscio vuoto apatico.
Con ossessioni inappagate, sono un guscio vuoto deluso.
C’è sempre qualcosa che mi deve rompere le palle.

Vittorio Tatti

P.S. Non garantisco una risposta celere a eventuali commenti (i quali, avendo fatto piazza pulita dei vecchi articoli, finiranno nuovamente in moderazione).

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